terça-feira, 29 de março de 2011

Informações (que nunca são publicadas na "imprensa" brasileira), e que fazem pensar.

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Libya Defense Spending, T-Paw's Fund-raising and More in Capital Eye Opener: March 29


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Your daily dose of news and tidbits from the world of money in politics:

Thumbnail image for Thumbnail image for f22planejet.jpgLIBYA CAUSES DEFENSE CUTS BACKTRACKING: In the continuing debate over the federal budget, defense spending has been a frequent target for Democratic and Republican lawmakers. But Politico reports that the current unrest in Libya looks to stop the momentum for defense cuts in its tracks.

Multiple congressional Republicans have publicly come out against defense spending cuts, arguing that it'd be unsound to reduce spending in the middle of a military conflict. While many of these lawmakers have previously voiced their concerns over reduced defense spending, U.S. involvement in Libya is expected to give them additional ammunition.

The backlash comes after multiple high-profile efforts to cap defense spending levels. Governmental officials and politicos ranging from Defense Secretary Robert Gates to Mississippi Gov. Haley Barbour have called for reductions in federal defense spending, but the legislative response has been mixed.

For instance, the House voted to drop an amendment that would allocate $450 million for an alternate jet engine long opposed by Pentagon and White House officials. However, other amendments focusing on aircraft funding and the Joint Forces Command made it past lawmakers, despite outside opposition.

With its longstanding lobbying presence, the defense sector isn't likely to accept such cuts without a fight.

During 2010, the defense sector -- which encompasses aerospace, electronics and other defense sub-industries -- spent more than $138.8 million on federal-level lobbying.

Defense-related companies including Boeing, Lockheed Martin, United Technologies, General Dynamics and Northrop Grumman each cracked the eight-figure mark in terms of federal lobbying expenditures during 2010.


Além do pornojornalismo sobre o Japão, é clara a outra safadeza: bancos que roubam moradores de suas casas.

Terça-feira, 29 de Março de 2011

GRANDES ERROS: NUVEM RADIOACTIVA CHEGA A PORTUGAL


O "Correio da Manhã" de hoje titula hoje na primeira página "Nuvem radioactiva chega a Portugal", afirmando que "foram detectadas" partículas radioactivas nos céus dos Açores. A notícia tem um pequeno problema: não foram detectadas nenhumas partículas! A nova "onda de medo" foi criada a partir de uma informação de um investigador da Universidade dos Açores, que fez um cálculo - uma modelação computacional com uma enorme margem de incerteza - do espalhamento de partículas do ar do Japão dizendo aquilo que ele e toda a gente minimamente informada já sabia: que há circulação do ar no planeta. Portanto, é possível e até provável que uma ou outra partícula radioactiva apareça na alta atmosfera em qualquer sítio do mundo. Podem vir de Fukushima, ou podem vir de testes nucleares, ou podem até ser absolutamente naturais. Do mesmo modo, é não só possível como provável que eu esteja a respirar neste preciso momento uma molécula de dióxido de carbono do último bafo de Júlio César depois de dizer, na versão de Shakespeare, "Et tu Brute?" (sim, já alguém fez as contas, que são muito mais simples e precisas que as do modelo açoriano!). E depois?

Hoje de manhã bebi leite dos Açores e comi torradas com manteiga açoriana a vou continuar a fazê-lo tranquilamente. As notícias sobre a nuvem radioactiva nos Açores são um completo disparate: os comentários feitos on-line por alguns leitores sobre o brilho de Pauleta no escuro não passam de piadas de humor negro, ou, se quisermos. de mau gosto, pois Pauleta brilha mesmo sem ser no escuro.

1 comments:

Anónimo disse...

Os jornalistas exibem grande ignorância e falta de rigor. Há uma quantidade de notícias que são assim: o que interessa é alarmar para atrair atenções, o rigor que se lixe. Qualquer foto do Japãp ou de qualquer sítio ou frase com odor a escândalo serve para primeira página.


Muito interessante o livro, que comprarei logo, e a resenha. Atenção às passagens sobre Condorcet!


Recensioni Filosofiche

Urbinati, Nadia, Democrazia rappresentativa. Sovranità e controllo dei poteri,
Roma, Donzelli, 2010, pp. XVI – 248, €. 23,50, ISBN 9788860364784.
[Ed. orig. Representative Democracy: Principles and Genealogy, Chicago, The University of Chicago Press, 2006]

Recensione di Gianguido Piazza – 27/02/2011

Democrazia rappresentativa, democrazia deliberativa, Condorcet, Rousseau

Indice - L'autrice - Links

Oggetto del libro è la questione della rappresentanza in rapporto al concetto moderno di sovranità popolare. Nadia Urbinati si propone di confutare la tesi dell'incompatibilità tra democrazia e rappresentanza, sostenuta con ragioni e scopi diversi da Montesquieu e Rousseau.
La trattazione si inserisce in un indirizzo di ricerca sulla rappresentanza che, facendo riferimento ai dibattiti sulla “democrazia deliberativa” ispirati da autori quali Habermas o Elster, la indaga “dall'interno” per comprendere in che modo “la rappresentanza si rapporta all'insieme delle pratiche della partecipazione” (p. X).

Le tesi sostenute nel libro sono: 1) democrazia e rappresentatività non sono in contraddizione; 2) la democrazia rappresentativa non è una mera alternativa pragmatica alla democrazia diretta, ormai impossibile per i moderni; 3) la rappresentanza è intrinsecamente e necessariamente correlata alla partecipazione e all'espressione informale della volontà popolare.

Secondo Rousseau, democrazia e rappresentanza sono incompatibili perché “la sovranità non può essere rappresentata” (p. 3). Il popolo sovrano è una sostanza, il cui attributo essenziale è la volontà che si esplica nell'unità spazio-temporale dell'assemblea. I deputati del popolo non sono i suoi rappresentanti, che decidano al suo posto, ma suoi commissari con mandato imperativo. Rousseau propone una “politica delegata con ratifica diretta (ma silenziosa)” (p. 4) da parte del popolo, non una “polis partecipativa”, che formuli proposte di legge e decida. Ne risulta “una sovranità essenzialmente formalistica e una forma minimalista di partecipazione (del sovrano nei luoghi di decisione)” (p. 20).

Nonostante questa visione riduttiva della partecipazione democratica, secondo la Urbinati Rousseau ha avuto il merito di mettere in luce come esigenze pragmatiche e strumentali non siano sufficienti per legittimare la rappresentanza.

Kant contribuirà alla soluzione del problema della legittimità democratica della rappresentanza. Per Kant la rappresentanza è un noumeno. Ai rappresentanti spetta la facoltà del giudizio, la cui forma è quella del “come se”: il rappresentante giudica dal punto di vista dell'opinione pubblica generale (non del proprio interesse di singolo o di parte), sorta di “nuova sfera pubblica” “situata tra il sé morale e le azioni regolate dalla legge civile”- “sfera pubblica di conversazione comune”, luogo della “più creativa delle facoltà intellettuali, poiché l'unica ad innescare tra il teoretico e il valutativo [...] un dialogo e una tensione continui” (p. 83). Non solo la volontà, ma anche il giudizio sono “luoghi della sovranità”, purché questa non sia intesa come temporalmente intermittente (esplicantesi solo nel qui e ora dell'assemblea) e “silenziosa”, ma ininterrotta e dialogica.

Il rappresentante fa uso della facoltà dell'immaginazione, che media tra intelletto e sensibilità: essa è la fonte di giudizi, non basati su regole, in cui all'oggetto sensibile è conferito un significato ideale. Grazie all'immaginazione il rappresentante vede se stesso come se fosse la totalità dei rappresentati, o entra in un rapporto di empatia con loro. In quanto fa uso di questa facoltà, egli può rivendicare ai propri giudizi una validità generale. L'immaginazione è, insomma, la condizione di possibilità del “contratto sociale” in quanto “esperimento di pensiero ipotetico che il legislatore può compiere, e di fatto deve compiere, per testare la 'giustezza' di una proposta di legge” (p. 92).

A differenza di quel che pensano i teorici della democrazia deliberativa, come Habermas, retorica e ideologia non possono essere espunti dalla deliberazione: se ideologia è “l'uso di credenze e valori volto a legittimare il comportamento politico” (p. 87), in essa si esplica la fondamentale facoltà politica dell'immaginazione, in cui fatti e valori sono intrecciati.

Il giudizio politico dei rappresentanti ha comunque una pretesa di imparzialità. È libero, in quanto non vincolato da un mandato imperativo, e nello stesso tempo dipende politicamente dai rappresentati, da cui riceve un “mandato politico”. È universale, nel senso che chi lo formula lo fa in quanto rappresentante dell'intera nazione, chiamata a obbedire alle leggi, anche se eletto solo dalla parte di essa con cui intrattiene rapporti “di simpatia ideologica e di comunicazione” (p. 106).

La democrazia rappresentativa così intesa è l'antitesi della democrazia plebiscitaria e populistica: la rappresentanza è un processo di unificazione e non un atto di unità. È espressione di un sovrano non inteso come “entità collettiva” già data, ma visto come “processo di unificazione intrinsecamente pluralista” (p. 107). La sovranità non è solo atto di volontà, ma un processo dialettico, in cui maggioranza e minoranza sanno di potersi continuamente scambiare le parti.

Le espressioni governo rappresentativo e democrazia rappresentativa, coniate dai rivoluzionari americani e francesi, non sono sinonimi. La teoria del governo rappresentativo è stata sviluppata da Sieyès: tutti i rapporti umani, privati o pubblici, sono rapporti di “rappresentanza”, in quanto servizi forniti in cambio di un compenso. Questa logica, che ha le sue radici nel libero mercato, è estesa alla sfera politica. I rappresentanti politici sono professionisti competenti e attivi che godono della fiducia dei molti politicamente passivi ma socio-economicamente attivi, e operano per il loro bene. La rappresentanza non è un espediente pragmatico sostitutivo della partecipazione diretta negli Stati di grandi dimensioni, ma la creazione di un nuovo settore di competenza per il vantaggio di tutti. È condizione di libertà dei rappresentati, in quanto li libera dall'impegno politico diretto: la libertà non è indipendenza, ma interdipendenza.

La nazione è la prima forma di associazione tra gli individui, dotati di diritti che determinano obblighi reciproci ed escludono rapporti di dominio. Gli individui, in quanto tenuti ad obbedire alle leggi, sono però passivi. Diventano attivi in quanto cittadini elettori: i diritti politici, funzioni dell'organizzazione dello Stato, non sono distribuiti in modo eguale, ma in base alle competenze e agli interessi. I cittadini attivi, in tale modo, rappresentano anche quelli passivi. Sieyès conciliava così eguaglianza giuridica e diseguaglianza (meritocratica) politica.

Tra rappresentanti e rappresentati non esiste un rapporto di obbligo giuridico (come nel caso di un mandato imperativo), ma di obbligo politico. L'elettore è legato all'eletto da un rapporto “invisibile” di fiducia nei suoi confronti, basato sulle sue virtù civiche. La storia successiva dimostrerà, però, che le elezioni sono – come vide Tocqueville – un meccanismo di selezione delle competenze inefficace, mettendo così in dubbio la giustificazione del governo rappresentativo data da Sieyès.

Paine deduce la forma rappresentativa dalla sovranità del popolo, non concepito come una sostanza spazio-temporalmente identificata e dotata di volontà, ma come lavoro complesso e costante di unificazione delle opinioni politiche per la formulazione di decisioni che hanno di mira l'interesse generale e sono raggiunte attraverso procedure concordate e condivise: il governo rappresentativo può così essere pensato come il solo governo democratico capace di estendersi sia nello spazio (quindi adatto agli Stati di grandi dimensioni) sia nel tempo (quindi capace di durare), in quanto è il solo che sia in grado di rappresentare le differenze sociali e di gestirne i conflitti, unendo i diversi.

Anche Condorcet sostiene l'ideale della democrazia rappresentativa: non si tratta di porre termine alla rivoluzione delegando la politica ai soli rappresentanti, ma di legalizzarla, creando istituzioni che rendano possibile la partecipazione del popolo alla deliberazione collettiva. L'istituzionalizzazione trasforma la partecipazione “da una virtù appassionata ed emotiva in una virtù discorsiva e basata sul giudizio” (p. 175).

La Repubblica si fonda sui diritti dei cittadini, prima di tutto quello di sovranità, che include vari diritti, tra cui quelli di approvare la Costituzione e le sue periodiche revisioni e ratifiche, di eleggere ed essere eletti, di proporre, discutere o censurare leggi. Fondamentale per diffondere le competenze necessarie tra i cittadini sono la stampa, le associazioni e le discussioni pubbliche informali. Le procedure formali della deliberazione sono concepite in modo da neutralizzare la mancanza di competenza o le passioni perturbatrici e minimizzare le probabilità di errore.

La democrazia rappresentativa è vista come antidoto al dispotismo dei tiranni, ma anche a quello delle masse: anche le assemblee rappresentative possono divenire dispotiche quando cessano di rappresentare i cittadini nel loro insieme. Condorcet mise a punto dispositivi in grado di controllare la funzione dell'organo rappresentativo all'interno dello stesso processo deliberativo.

Condorcet si differenzia così da Rousseau: la partecipazione non è tanto espressione di volontà, quanto lavoro di interpretazione e di giudizio. La deliberazione politica non è un sillogismo, in quanto i valori su cui opera non sono verità necessarie, ma probabilità. Le procedure adottate devono minimizzare le probabilità di errore e massimizzare quelle di raggiungere la verità.

La strategia per contenere i pericoli del dispotismo consiste nella moltiplicazione dei luoghi di dibattito e di controllo, formali e informali, e in un complesso sistema di dilazioni temporali tra proposte e decisioni. La deliberazione è “un iter circolare che inizia fuori dello Stato, raggiunge le istituzioni politiche e si conclude temporaneamente con il voto dei rappresentanti, ritornando poi alla società per ricominciare daccapo il suo cammino” (p. 205). Essa “inizia con molti io per poi dar vita gradualmente a qualche noi concludendosi infine con un noi di approvazione” (pp. 206-7).

La teoria della deliberazione di Condorcet dà un contributo importante all'idea di cooperazione cognitiva: la deliberazione deve concludersi entro un tempo definito; non è possibile pertanto che ciascuno acquisisca una conoscenza completa delle questioni dibattute; è sufficiente che informazioni e competenze siano distribuite tra i soggetti e che questi siano dotati di capacità di interazione: in presenza di procedure razionali, la divisione del lavoro cognitivo è condizione di successo della deliberazione collettiva. In sede locale le assemblee primarie devono contribuire alla deliberazione politica nazionale (compito questo che a partire dalla fine del secolo successivo sarà svolto dai partiti di massa radicati sul territorio).

Motivo di interesse del libro è la riproposta del modello condorcettiano, con il quale vengono fin dall'inizio confrontate le varie teorie della rappresentanza. L'autrice valorizza di Condorcet le idee politiche della maturità piuttosto che l'analisi matematica delle elezioni. Questa dissezione dell'opera del nostro non giova alla comprensione della sua proposta: in gioco nella democrazia, si è detto, non è tanto l'autorizzazione, quanto la deliberazione; non sono scelte persone, ma assegnati valori di verità a proposizioni, in un processo non sillogistico, ma probabilistico. Il problema è quello di massimizzare le probabilità di accettare proposizioni vere e minimizzare quelle di errore. Ora, una delle condizioni che permettono di raggiungere lo scopo è la maggior distribuzione dei lumi: l'istruzione pubblica (campo in cui Condorcet avanzò una delle sue proposte più innovative, contrapposta a quelle giacobine ispirate a Rousseau) è quindi uno dei fondamenti della democrazia. Dalla diffusione dei lumi scaturisce, tra l'altro, quell'ethos che permette di normalizzare la rivoluzione, sostituendo la calma del giudizio alla tempesta delle passioni. Infine, il sistema dell'istruzione pubblica, sorta di potere autonomo, culmina in un'ulteriore istanza di controllo e di proposta, che travalica i confini nazionali, la Società delle scienze.


torna all'inizioIndice

Introduzione
- Il sovrano irrappresentabile di Rousseau
- Volontà e giudizio: la revisione kantiana
- Una nazione di elettori: il modello del governo rappresentativo di Sieyès
- Thomas Paine e il perfezionamento della “democrazia semplice”
- Una repubblica di cittadini: la democrazia indiretta di Condorcet
- Conclusione: un surplus di politica


L'autrice

Nadia Urbinati insegna Teoria politica alla Columbia University. Tra le sue monografie più recenti ricordiamo L'ethos della democrazia (Laterza, 2006), Lo scettro senza il re (Donzelli, 2009).

segunda-feira, 28 de março de 2011

Images & Visions. "O presidente não abusará do AI-5. Mas e o guarda da esquina?". Santo Pedro Aleixo! Conhecia seu povo!

segunda-feira, 28 de março de 2011

Atitude covarde e desnecessária

© Foto de Pedro Kirilos. Capitão da PM Fluminense jogando um spray de pimenta nos olhos de uma garotinha. Rio de Janeiro, 2011.


Esta imagem foi feita na última quarta-feira, dia 23 de março de 2011, pelo fotógrafo Pedro Kirilos, do jornal “O Globo”, durante um protesto contra o atraso no pagamento do aluguel social para desabrigados das chuvas de 2010. A foto mostra bem a atitude covarde e desnecessária de um capitão da PM Fluminense, que jogou um spray de pimenta nos olhos de uma garotinha. Esse mesmo policial atingiu um homem com o jato do spray, causando uma inflamação no olho do manifestante, que deverá usar óculos escuros por uma semana, inclusive durante a noite. O policial foi afastado e responderá a inquérito.

Corriere dela Sera. O Itamaraty não irá pedir o cessar fogo contra civis? Dois pesos, duas medidas ?

Nuove tensioni nella città di Daraa, circondata dai carri armati

Siria, la polizia spara sui manifestanti

Gli agenti hanno sparato contro il corteo che chiedeva l'abolizione della legge d'emergenza in vigore dal 1963

Nuove tensioni nella città di Daraa, circondata dai carri armati

Siria, la polizia spara sui manifestanti

Gli agenti hanno sparato contro il corteo che chiedeva l'abolizione della legge d'emergenza in vigore dal 1963

Spari in piazza (Al Jazeera)
Spari in piazza (Al Jazeera)
DAMASCO - Il regime di Assad cerca di rispondere con la proposta di riforme alla situazione interna sempre più difficile, ma la tensione riesplode di nuovo. Dopo giorni di proteste sanguinose, alla popolazione in rivolta non è bastato l'annuncio dei vertici del partito Baath di voler abrogare la legge d'emergenza in vigore da 48 anni.

LA POLIZIA HA APERTO IL FUOCO - La polizia siriana ha infatti aperto il fuoco contro alcune centinaia di manifestanti che protestavano nella città di Daraa, nel sud della Siria, già teatro di violenze nei giorni scorsi. Lo riferisce la tv satellitare Al-Arabiya, secondo la quale la polizia avrebbe duramente represso la manifestazione indetta per chiedere l'abrogazione della legge d'emergenza in vigore nel paese dal 1963. La notizia è stata invece smentita dal regime. Successivamente però carri armati dell'esercito siriano hanno circondato Daraa, capoluogo della regione meridionale e teatro da dieci giorni di accese proteste anti-regime.

LA LEGGE - «La decisione di abrogare la legge di emergenza è stata già presa ma non so quando verrà applicata», aveva detto in precedenza Boussaina Shaabane il consigliere del presidente Bashar Al-Assad. La legge, instaurata immediatamente dopo l'arrivo al potere della partito Baath nel marzo 1963, impone restrizioni sulla libertà di riunione e di spostamento, e permette l'arresto di «sospetti o di persone che minacciano la sicurezza». In questo modo è possibile sorvegliare le comunicazioni e fare un controllo preliminare su i giornali, le pubblicazioni, le radio e tutti i mass media. Secondo al Arabiya, che ha annunciato per martedì le dimissioni del governo, è imminente l'approvazione di una nuova legge sulla stampa riguardo la prevenzione della carcerazione dei giornalisti. Il regime, ha aggiunto la tv satellitare araba, modificherà inoltre l'articolo 8 del primo paragrafo della costituzione del Paese, che stabilisce che quello Baath è il partito guida della Siria. Il presidente Asad inoltre ha già autorizzato un aumento dei salari dei dipendenti pubblici pari al 20% dell'attuale retribuzione. Secondo gli analisti è però difficile pensare a una vera riforma all'interno del sistema, soprattutto perché la corruzione e le politiche di privatizzazione economica hanno creato un arricchimento di tutto il clan legato alla famiglia Assad: ma come dimostrano gli esempi egiziano o tunisino, senza un compromesso in tempi rapidi quella siriana rischia di essere la prossima rivoluzione. La Siria di Bashar al Assad del resto è un Paese totalitario dove l'ordine regna supremo e l'islam è diventato progressivamente più radicale. Il governo siriano è dominato dagli alawiti, una setta sciita che rappresenta solo il 10 per cento circa della popolazione in un paese sunnita al 75%. Alla sua elezione, nel giugno del 2000, Assad annunciò un pacchetto di riforme - soprattutto in materia di apertura al liberismo economico - noto come la «Primavera di Damasco», che però non è mai decollato con convinzione: troppo dura la resistenza della vecchia guardia, ostica al punto da costringere Assad a parlare di una «riforma economica attraverso una riforma politica», rivelatasi a conti fatti inesistente. E così, da un punto di vista politico, il paese non ha fatto registrare alcun progresso, neppure sul tema spinoso della pace con Israele.

ARRESTATI E POI LIBERATI DUE REPORTER DELLA REUTERS - Arrestati dalla polizia siriana e poi liberati due giornalisti di Reuters Television Il produttore Ayat Basma e il cameraman Ezzat Baltaji sono finiti nelle mani della polizia siriana mentre coprivano le manifestazioni popolari di protesta. Successivamente sono stati liberati dalle autorità siriane e sono tornati a Beirut.

Redazione online
28 marzo 2011

The New York Times.


March 27, 2011, 8:41 pm

Opportunities and Perils for Obama in Military Action in Libya

U.S. Secretary of State Hillary Rodham Clinton and Secretary of Defense Robert M. Gates on
Reuters U.S. Secretary of State Hillary Rodham Clinton and Secretary of Defense Robert M. Gates on “Meet the Press” on Sunday.

Politicians define themselves by choosing enemies, and exemplars. Suddenly, President Obama’s choices on Libya are reshaping his profile in unpredictable ways as he heads into the 2012 election season.

The president and his advisers have already highlighted the central factors that influenced Mr. Obama’s decision to act militarily, a process he plans to explain more fully to the nation at 7:30 p.m. Monday.

In Muammar el-Qaddafi, Mr. Obama saw an autocrat on the verge of committing mass murder.

In Bill Clinton, he saw a president who chose not to stop such atrocities and later regretted it.

In George W. Bush, he saw a go-it-alone style of intervention ill suited to the transformative forces now sweeping across the Middle East.

Those judgments produced the diplomatically chaotic, militarily complicated and strategically ambiguous Libyan action by the United States and an array of allies. Mr. Obama calls it not an act of war but rather a quickly arranged and temporary humanitarian response representing “how the international community should work.”

Yet his choices face withering questions from friends and foes alike. A rapid departure by Colonel Qaddafi and American forces would quiet them; an extended commitment would undercut his oft-repeated focus on economic revival at home.

“If Jeffersonian Democrats take over in Libya, he’s a hero,” said Robert Borosage, who directs the liberal Campaign for America’s Future. “If he gets stuck in an ongoing civil war, then it could be enormously costly to the country, and to him politically.”

At minimum, Mr. Obama has introduced a new measure of his performance that almost no one would have expected when he defined his 2008 candidacy, in part, by his opposition to the Iraq war.

Action and Reaction

Presidential aspirants, in what they offer, and voters, in whom they support, typically react to the immediate past.

After the scandals of Richard M. Nixon, Jimmy Carter promised virtue. After Mr. Carter gained a reputation for small-bore fecklessness, Ronald Reagan pledged robust leadership that did not sweat the details. After George H. W. Bush won the Persian Gulf war, Bill Clinton vowed to focus on an ailing economy.

And after the younger Mr. Bush embraced his role as “war president,” Mr. Obama stood out among his major challengers as an opponent of the Iraq war since 2002, even before it started.

Mr. Obama said then that he opposed “dumb” wars, not all of them. By increasing forces in Afghanistan, President Obama fulfilled a pledge to reinvigorate a mission he argued Mr. Bush had neglected.

The Libya intervention is different. Mr. Obama initiated it, applying two lessons drawn from his predecessors.

One is the “responsibility to protect” innocents from slaughter, as Mr. Clinton failed to do in the 1994 Rwandan genocide. Mr. Obama judged Colonel Qaddafi’s vow to show Libyan rebels “no mercy” such a case.

The second is the need for greater international coordination than Mr. Bush relied upon. Mr. Obama did not commit American forces until NATO allies, the Arab League and the United Nations backed the idea — and only for the stated purpose of protecting civilians, not to satisfy his separate call for Colonel Qaddafi’s ouster.

The result: a unique set of political risks and rewards all Mr. Obama’s own.

Great, if It Works

Bruce W. Jentleson, a Duke University professor, Clinton administration veteran and part-time adviser to Mr. Obama’s State Department, called the intervention crucial to the president’s foreign policy and overall political standing.

“If this succeeds,” he said, “he will have demonstrated he’s a president who can make multilateralism work, and use American power in ways that are effective for a 21st-century world.”

Yet Mr. Obama faces skeptics across the political spectrum.

“It should not be assumed that a massacre or genocide was about to happen,” asserted Richard Haass, a veteran of both Bush administrations who is now president of the Council on Foreign Relations. Colonel Qaddafi, he said, may have been seeking merely to intimidate potential foes. It also is not clear, Mr. Haass added, that Libyan rebels are more humane, democratic or friendly to American interests.

Among Democrats, some liberals support using force for humanitarian purposes. But as Mr. Obama prepares his 2012 campaign, Mr. Borosage predicted “greater and greater restiveness” over a new military commitment amid persistent economic distress.

A Gallup survey last week showed only about half of Americans backed the intervention, about the same proportion as backed the 1999 NATO airstrikes in Kosovo that Mr. Clinton authorized for humanitarian reasons. That finding underscored the political burden Mr. Obama has taken on.

“Approval will almost invariably go down from here,” said Scott Althaus, an expert on war and public opinion at the University of Illinois. “There’s little historical evidence that support can be sustained at even this modest level for very long.”

Após a decisão do STF sobre os ficha suja, li entrevistas de sábios que desprezam os "leigos". Recordo um artigo antigo meu, sobre o tema, atualíssimo

Folha de S. Paulo no dia 21 de agosto de 2000.
ROBERTO ROMANO
Nós, os leigos

"Leigos em Direito (...) têm a tendência de falar sobre ele com uma desenvoltura que não teriam se se tratasse de medicina ou de antropologia. Por isso, além de "julgar" os casos de acordo com o "clamor público" -que é o mesmo que leva a linchamentos-, ainda "julgam o julgador", esquecendo que, no Estado de Direito, paga-se um preço pela garantia de todos e de cada um, de tal forma que só após a conclusão de um processo regular é que se pode obter uma certeza jurídica." (Américo Lacombe, Celso Bandeira de Mello, Fábio Konder Comparato, Folha, 10/8)

Prezados juristas , porque fomos invocados no artigo de vossas senhorias, pedimos vênia para nos apresentar. Nós, os leigos, temos uma história muito antiga. Na Grécia, éramos conhecidos como "laós", em oposição aos nossos chefes. É verdade que também fomos identificados por um nome de maior prestígio, "demos". As funções arriscadas da cidade eram nossas, especialmente a de lutar com nossas armas, prestando a chamada liturgia em prol dos concidadãos. Não temos muita idéia (nos apontam como ignaros) das causas que nos transformaram de povo em plebe. Primeiro nos alcunharam como "os muitos", opostos aos "melhores". Em Roma, disseram que éramos o "improbante populo", ou a "imperita plebs". Os grandes do universo nos bajulavam, mas tinham nojo de nossa presença.

Veio a Igreja Católica e passamos a constituir um tipo de gente menor, sem qualificações plenas para viver, por nossos próprios méritos, na terra. Recebemos todos o epíteto de "laicus", em oposição, como no Egito dos faraós, aos sacerdotes. Justiniano consagrou esse insulto singular no seu código. Dionísio Areopagita imaginou o universo como imensa hierarquia, dos arcanjos aos padres. Fomos relegados à base da escada celeste. Leigo era sinônimo de pura tolice. Certo dia, um poeta e crítico dos padres, Dante Alighieri, começou, com outros escritores, a louvar uma política não-sacralizada. O poder, dizia ele, deve ser secular. Sacerdotes e teólogos o perseguiram por meios interpostos.


A partir dessa época, as coisas pioraram para os donos do saber e do poder sacerdotal. Lutero incomodou muito aqueles senhores dizendo que nós, os leigos, éramos sacerdotes! Ainda ouvimos as frases do antigo monge: "Über das sind wir Priester". Deus nos acuda: a patuléia elevada ao estado sacerdotal! O reformador se referia, às vezes, à nossa pessoa como "o senhor todo mundo", com desprezo. Mas, a partir daí, homens de cabeça quente começaram a escrever (e nas doutrinas do direito!) que somos a fonte da soberania. E que, numa República, constituímos a vida. Tais homens não possuíam nem um átimo sequer do grande saber jurídico brasileiro do século 20, seu nome era modesto, como certo Althusius.


No século 18, uma revolução foi feita para apagar os resquícios do mando clerical sobre a política. Nas mudanças trazidas por ela, o princípio de igualdade e de nossa soberania foi definido e proclamado. O nome de Rousseau surgiu em todas as bocas. Com ele, a condenação de todas as corporações que pudessem usurpar as prerrogativas nossas, os soberanos. Não mais cabia a distinção clerical entre "leigos" e "sapientes". Mas os contra-revolucionários do Termidor disseram que o povo nada sabia dos assuntos de Estado. Um deles, D'Anglas, retomou a idéia de que homens sem propriedades, de coisas ou de saberes, seriam nocivos à vida pública. E vieram os engenheiros positivistas da sociedade, os novos advogados. O romantismo conservador viu em nós "eternas crianças", como o poeta Novalis, grande entusiasta da ressacralização política.


Assistimos, os leigos, às lutas ao redor da boa definição republicana. De um canto, alguns nos jogam fora do Estado e de sua gerência, pois confiam apenas nas elites, treinadas em economia, leis, direito. De outro, existem os sonhadores, ou tolos, que asseguram ser a democracia o império dos leigos, um ideal sublime. Temos aliados na imprensa, entre promotores e procuradores públicos (afinal, público também se liga a povo...). Mas eles sempre recebem insultos dos sacerdotes jurídicos e econômicos, quando não dos eclesiásticos, para que deixem a mania de tudo pesquisar segundo os nossos interesses. Com isso, seguimos ignorando o nosso papel no mundo. A nossa única certeza é não mais confiar nas falas sagradas e "infalíveis" dos que fizeram esta monstruosidade que aí está, e que eles chamam "democracia" ou "Estado de Direito", expulsando o juízo do povo. Por falta de nossa confiança, tornou-se ingovernável a República. Mas essa é uma outra lenda, da qual falaremos um dia. Por enquanto fica o nosso testemunho do mais profundo respeito pelas vossas figuras jurídicas, apesar da arrogante amostra de sacralidade corporativa, evidenciada no vosso último artigo coletivo.

Roberto Romano, 54, filósofo, é professor titular de ética e filosofia política na Unicamp (Universidade Estadual de Campinas).

Leia, medite e responda! Temos esperanças na Justiça?

O Dr. Fux traz esperanças para a cidadania ? Vejam o que ele pensa do privilégio de foro e responda ! Quanto a mim, acho mesmo que é hora de ir embora prá Pasárgada. Lá, não sou amigo do rei, mas não tenho obrigação de ouvor elogios aos procedimentos que aumentam a força dos improbos. Não serei obrigado a constatar argumentos válidos para o Ancien Régime, inválidos numa república verdadeira.

Neste ano ou no próximo os srs. vão se deparar com o maior julgamento da história do STF, que é o do mensalão. O sr. acha que o Supremo é a corte adequada para julgar questões penais?

Juiz tem de julgar de tudo. Outro questionamento, o da prerrogativa de foro, tem um pressuposto correto, porque o ente público, dependendo da função que ele exerça, está sempre sendo questionado. Não seria razoável ele ser julgado cada hora num lugar.

Mas existe o outro lado dessa questão, que é o fato de o Supremo demorar demais para se manifestar em questões penais. Até hoje há apenas três casos de condenação.

Isso é uma realidade inafastável, inocultável. Mas hoje o fato de você ter juízes para produzir provas, fazer a oitiva de testemunhas, agiliza muito. Pelo tamanho do processo, pela quantidade de réus, o ministro Joaquim Barbosa está tendo uma presteza enorme. Acredito que vai haver uma distribuição com muita antecedência do relatório, para que todos nós possamos fazer juízo de valor e emitir um julgamento justo.

Marta Bellini. Com meu pleno apoio.

segunda-feira, 28 de março de 2011

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Blog do SOLDA aqui
Solda, Censura e Neoliberalismo, ou “El presidente y los macaquitos"

Desenho de JBosco


Quando afirmo que há menos liberdade hoje do que no tempo da ditadura militar, sempre há quem me chame de pessimista, entre outros adjetivos bem mais pesados. No entanto, aí está o “Caso Solda” prá mostrar que tenho razão. O que os militares faziam prendendo e arrebentando – na expressão consagrada de um deles, que já esqueci quem era – agora se faz por procedimentos jurídicos e econômicos, sacaneando quem ousa extrapolar da passividade generalizada, com demissão. Não lembro se o Solda foi censurado durante as quase três décadas de regime ditatorial – para agora ser vitimado, em pleno século XXI, pela mais tosca e safada das pressões: aquela que atinge o indivíduo em seu sustento. Nos anos setenta, Umberto Eco, um dos “professores da modernidade”, escreveu uma de suas muitas obras-primas que abriram a cabeça do mundo para os fenômenos da contemporaneidade. Em “Obra Aberta”, ele assinala que as obras mais importantes da História da Arte são ambíguas em seu recado. O sorriso da Gioconda, um edifício de Mies van der Rohe, um filme de Godard (exemplos meus): quem vê, conhece, assiste, atribui à obra significados que não estão necessariamente na intenção do autor, mas em grande parte – variando de zero a cem por cento – no repertório cultural, nos valores do leitor. Para além da excepcional qualidade do desenho inconfundível do Solda, que o coloca entre os maiores cartunistas brasileiros de todos os tempos, o cartum censurado contém ambigüidades, como deve ser uma obra não fechada e não hermética. E portanto, na ótica de um pensador acima de qualquer suspeita como Eco, tem a qualidade de permitir que os leitores vejam nela significados em que o próprio Solda não pensou nem poderia ter pensado, visto que dependem do acervo do leitor. A legenda, que remete ao gesto do macaco, participa dessa ambigüidade. As acusações contra o Solda são de racismo e abuso da liberdade de expressão. As duas são ridículas: liberdade de expressão, como qualquer outra liberdade, existe ou não existe; se existe é para ser usada. Lá nos tempos ditatoriais, Millôr Fernandes disse que “só jornais mentirosos, escandalosos, corruptos e caluniadores nos dão a medida da nossa liberdade de imprensa”. Quer dizer: se há limites, não há liberdade. Quanto à acusação de racismo, ai que cansaço: o Solda, se tem alguma intolerância, é contra qualquer tipo de preconceito. Acusá-lo disso é apenas mais um imbecilismo do “politicamente correto”, uma farsa, destinada a gerar causas e processos e deixar tudo igual. Ou pior. Qualquer macaco velho com a folha de serviços do Solda, sempre batalhando por uma Justiça de verdade, sabe que levar porrada faz parte do ofício de quem ousa ser contra a subserviência ao autoritarismo. Humor a favor não existe, a não ser como piada. A própria atitude do jornal, não dando explicações, é no melhor estilo autoritário, “fi-lo porque qui-lo” Ninguém se refere ao tema do cartum, que é a revolta planetária contra a facilidade com que o xerife saca seus mísseis e mariners contra os mais fracos – entre os quais nós, bananeiros. Pelo menos os que não acreditamos nessa conversa prá macaco dormir de “sétima economia do mundo”. Pensando bem, sete é mesmo conta de mentiroso... Continuamos sendo tratados com condescendência, como macaquinhos de zoológiconos dão umas bananinhas nanicas prá acharmos que a jaula é melhor que a floresta. Liberdade de expressão, liberdade de imprensa – banana prá quem acredita que isso existe em “democracia” neoliberal...


Key Imaguire Jr. (arquiteto e professor)

Correio Braziliense.Artigo "velho" (ainda estávamos às voltas com a Tunisia e o Egito...

Metamorfoses da tirania

ROBERTO ROMANO

Professor titular do Instituto de Filosofia e Ciências Humanas da Universidade Estadual de Campinas (Unicamp)

Em drama lancinante sobre a dissolução do sonho americano, F. Scott Fitzgerald evoca uma teoria que permeou doutrinas sustentadas em cátedras e na propaganda política dos EUA. Em certa altura de O grande Gatsby, Tom Buchanan recomenda o livro The rise of the colored empires, escrito por certo Goddard. Considerações racistas são misturadas, na língua de Buchanan, à pretensão mundial de poder, privilégio dos brancos. O romance de Fitzgerald foi editado em 1925, mas seus eventos ocorrem em 1922.

Na mesma época, o eugenismo expurga indivíduos e grupos “inferiores”. A doutrina, reinvenção americana que ampliou o receituário inglês do Sir Francis Galton, voltou para a Europa e seguiu para outras partes do mundo (inclusive o Brasil), antecedendo os campos de extermínio. A chave de ouro jurídica, fruto da eugenia, pode ser encontrada na decisão de Oliver Wendell Holmes, juiz da Suprema Corte americana, autorizando e louvando a esterilização de Carrie Buck. A partir daí, licença foi concedida para aniquilar pessoas pobres e de “origem inferior”. O sonho americano transformara-se no pesadelo do que viria a ser o Holocausto.

Fitzgerald alude, sob o nome de Goddard, ao racista america no Lothrop Stoddard (1883-1950) cujo livro mais conhecido tinha como título The rising tide of color against white world-supremacy, editado em 1920, ano em que se passam os atos e falas de O grande Gatsby. O livro possui três partes. Na primeira são descritas as regiões habitadas pelas várias cores (amarela, marrom, preta, vermelha). Na segunda, é narrada “a onda branca” que invadiu o mundo e a sua quebra, causada pelos choques com as outras raças. A parte terceira fala dos diques a serem elevados para evitar os tsunamis das cores e raças inferiores que lutam contra o domínio branco no mundo. O livro traz, em abundância, elementos antropológicos, históricos, estatísticos, comerciais etc. Ele prova que é possível ser, ao mesmo tempo, inteligente e preconceituoso, sagaz e pérfido em termos éticos.

Fica bem claro, nos argumentos do autor, que os EUA eram os herdeiros das formas imperiais europeias. Seria preciso, conforme uma outra via conservadora norte-americana (pautada por Edmund Burke) que os americanos aceitassem e assumissem as suas “imperial duties”. Como eram aplicadas as regras imperiais pela Inglaterra, França, Itália, Portugal, Holanda, Belgica, Alemanha e consortes ? Com auxílio de antropólogos e missionários, os dominadores estudavam as culturas de cada povo a ser submetido, conhecendo assim sua religião, seus costumes, práticas socioeconômicas, maneiras tradicionais de autoridade. Com pleno saber, portanto, eram escolhidos para mandar em nome de suas majestades europeias os piores déspotas, os mais gananciosos, os assassinos de toda e qualquer liberdade. E foi assim que se manteve com armas, truculência e astúcia, o poder branco sobre a China, a Índia, o Oriente Médio, as Áfricas do Norte e do Sul.

O racismo integrou, com maior ou menor intensidade, a consciência de militares, padres, freiras e diplomatas europeus. Quem não fosse branco dificilmente atingiria o estatuto de ser humano. Menor ainda seria a sua capacidade para o autogoverno e a administração democrática. Quando desabou o domínio colonial europeu, os povos submetidos estavam na era das tribos, desagregados, sem poder estatal democrático. Estava constituído o terreno para as tiranias que herdaram o costume de parasitar riquezas e massacrar governados. Os EUA, em todo o processo, pouco fizeram para a implantação democrática no mundo. Engolfado na herança imperial, precisando combater a URSS, seu concorrente no domínio do mundo (resultado da Conferência de Yalta), os americanos retomaram a política anterior dos europeus. Sustentaram regimes corruptos e sanguinários, como o da Pérsia, com o Xá Mohammad Reza Pahlavi, os reinados de opereta na península arábica, as ditaduras do Egito, da Tunísia etc.

A razão de Estado norte-americana falou mais alto do que o seu belo sonho da vida livre e democrática. O que se passa hoje em todo o mundo colonizado pelos europeus, com a herança imperial americana, já fora, no entanto, previsto pelo próprio Stoddard na obra citada. Como disse acima, um racista pode ser inteligente (aí ele é mais perigoso). Ao analisar o mundo da “cor marrom” (povos que habitam o Oriente Médio e o norte da África) diz ele que a engenharia de controle praticada pela Europa e pelos EUA tinha limites: “O mundo marrom, como o amarelo, está hoje em reação aguda contra a supremacia branca. De fato, a reação marrom começou há 100 anos, e tem aberto caminhos desde então, movida pela sua própria e inerente vitalidade e pelos estímulos externos da agressão branca. A grande dinâmica desta reação marrom é o Renascimento Islâmico”. E isto foi escrito em 1920!

A Europa e os EUA (também a URSS, basta ver o que ela fez no Afeganistão) ignoraram o clamor dos povos e pouco fizeram em prol dos seus direitos humanos. Dado o maniqueísmo da Guerra Fria e da “luta contra o terror”, foi sustentada a velha tática de manter déspotas corruptos e truculentos, sobretudo porque eles também garantiriam a “estabilidade” nas remessas de petróleo e de outras commodities. A mentalidade imperial, etnocêntrica, permanece nas cabeças do Departamento de Estado, da CIA, do FBI e do Congresso. Foram para todos eles surpresas (desagradáveis) as rebeliões que assistimos em toda a região islâmica. Eles esqueceram que a cultura científica e tecnológica não surgiu apenas para usufruto de brancos e cristãos. O mesmo Stoddard indica as redes de comunicações que surgiram, desde o século dezenove entre os povos islâmicos, contra o domínio europeu: jornais clandestinos, mídia incipiente etc. Setores da classe média aprenderam a manejar conceitos e métodos em todos os setores da vida, da informática à fissão nuclear. Vencer a onda atual dos “marrons”, “amarelos”, “pretos”, “vermelhos” é tarefa desmesurada e improvável. Seria preciso que as elites dos EUA abandonassem o que um ex-agente da CIA chama de “Imperial Hubris”. Como isso é tarefa de longo alcance, no curto prazo aquelas regiões podem seguir para regimes democráticos, tombar no domínio mais atrasado e clerical, cair sob as patas de novos truculentos e corruptos. E isso, tristemente, se chama história.

The Washington Post.

Radiation levels at Japan nuclear plant reach new highs

Gallery: Japan’s nuclear crisis: Japan battles to prevent a nuclear catastrophe and to care for millions of people without power or water in its worst crisis since World War II.


TOKYO — As radiation levels at the Fukushima Daiichi nuclear plant reached a new high Sunday, workers contended with dark, steamy conditions in their efforts to repair the facility’s cooling system and stave off a full-blown nuclear meltdown. Wearing respirators, face masks and bulky suits, they fought to reconnect cables and restore power to motor pumps the size of automobiles.


Gallery: Death, devastation grip Japan following quake: A massive 8.9-magnitude earthquake and several powerful aftershocks struck the eastern coast of Japan on Friday afternoon, triggering tsunamis that devastated the coastline north of Tokyo.

Gallery

Video

Japan's government revealed a series of missteps by the operator of a radiation-leaking nuclear plant on Saturday, including sending workers in without protective footwear in its faltering efforts to control a monumental crisis. (March 26)

Video: Japan's government revealed a series of missteps by the operator of a radiation-leaking nuclear plant on Saturday, including sending workers in without protective footwear in its faltering efforts to control a monumental crisis. (March 26)

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Leaked water sampled from one unit Sunday had 100,000 times the radioactivity of normal background levels, although the Tokyo Electric Power Co., which operates the plant, first calculated an even higher, erroneous, figure it didn’t correct for hours.

Tepco apologized Sunday night when it realized the mistake; it had initially reported radiation levels in the leaked water from the unit 2 reactor as being 10 million times the norm, which prompted an evacuation of the building.

After the levels were correctly measured, airborne radioactivity in the unit 2 turbine building still remained so high — 1,000 milli­sieverts per hour — that a worker there would reach his yearly occupational exposure limit in 15 minutes. A dose of 4,000 to 5,000 millisieverts absorbed fairly rapidly will eventually kill about half of those exposed.

The latest confusion in the operation to stave off a full-scale nuclear meltdown at the crippled facility underscores the immense challenges for the several hundred workers in a desperate battle to restart the critical cooling systems. Seventeen workers have been exposed to high levels of radiation, including three who were hospitalized last week, as technicians conducted highly nuanced electrical work in dark conditions that one nuclear industry expert termed “hellish.”

Japanese authorities say efforts to control Fukushima’s overheated reactors will take months and during that time radiation will continue to leak into the environment, extending a nuclear emergency that already ranks as the world’s most serious in a quarter-century. Several hundred workers now shoulder the responsibility for limiting the crisis, amid potentially lethal radiation levels, and on Saturday the chief of Japan’s nuclear agency called on Tepco to improve its worker safety.

On Monday morning, Japan's Chief Cabinet Secretary Yukio Edano made a plea to residents from the 12-mile radius evacuation zone surrounding the crippled nuclear plant to please stay away "until safety is confirmed."

Police stationed in the area have noticed more people returning to gather belongings and “there is a risk” of returning home now, Edamo said. Many families fled quickly after the earthquake and tsunami struck more than two weeks ago with only the clothes they were wearing.

Evidence of rising contamination in and around the plant has tempered optimism from a week ago, when engineers began work to restore power to the first of the damaged reactor buildings. Japan’s Nuclear and Industrial Safety Agency said Sunday that a new measurement of seawater taken about 1,000 feet from the facility showed an iodine level 1,850.5 times the legal limit, higher than a reading taken the previous day.

The dangers in unit 2 merely add to the growing challenges. Radioactive water is pooling in four of Fukushima’s six turbine rooms, and engineers have no quick way to clean it up, although they have begun to try in unit 1.

While a Tepco spokesman said Sunday that he did not know how the radioactive water was leaking from the reactor cores, Yukio Edano, chief cabinet secretary, said in a televised interview Sunday morning that the reactor itself had not been breached.

He said it was clear that water that could have been inside the unit 3 reactor had leaked but the reactor had not been breached. Still, he said, “Unfortunately, it seems there is no question that water, which could have been inside the reactor, is leaking.’’

Unlike in newer reactor designs, the older boiling-water reactors at Daiichi are pierced by dozens of holes in the bottoms of their reactor vessels. Each hole allows one control rod — made of a neutron-absorbing material that quickly stops nuclear fission inside the reactor — to slide into the reactor from below, as happened when the earthquake shook the plant March 11. During normal operations, a graphite stopper covers each hole, sealing in highly radioactive primary cooling water, said Arnie Gundersen, a consultant at Fairewinds Associates with 40 years of experience overseeing boiling-water reactors.

But at temperatures above 350 degrees Fahrenheit, the graphite stoppers begin to melt.

“Since it is likely that rubble from the broken fuel rods . . . is collecting at the bottom of the reactor, the seals are being damaged by high temperature or high radiation,” Gundersen said. As the graphite seals fail, water in the reactor will leak into a network of pipes in the containment buildings surrounding each reactor — the very buildings that have been heavily damaged by explosions. Gundersen said that this piping is probably compromised, leaving highly radioactive water to seep from the reactor vessels into broken pipes — and from there into the turbine buildings and beyond.

To stabilize the facility, workers are trying to repair the elaborate cooling system, necessary to keep the reactor cores and spent fuel pools from overheating. For now, they are conducting this work in dark, steamy conditions. Nuclear safety experts say they must shift out of the most dangerous areas every 30 minutes to an hour, to prevent radiation overexposure.

Meanwhile, they are racing to repair motor pumps. Their environment resembles a cavern of cables. Some of the equipment was damaged during the March 11 earthquake and tsunami. Other equipment has been corroded by salt water, which was poured into the facility during earlier efforts to cool the reactors.

“To a layman, you’d be scared to death,” said Lake Barrett, a nuclear engineer who directed the cleanup of Three Mile Island. “You’re working with salt water around your feet. This is not the way electricians usually work.”

The number of workers at the Daiichi plant fluctuates from day to day, ranging between 500 and 1,000. But Tepco employees account for only a part of the labor force. Last Tuesday, for instance, there were 700 people at the plant, a nuclear agency official said. The figure included 500 Tepco employees, 100 subcontracted workers, and 100 members of Japan’s Self-Defense Forces or the Tokyo Fire Department.

One subcontracted worker who laid cables for new electrical lines March 19 described chaotic conditions and lax supervision that made him nervous. Masataka Hishida said neither he nor any of the workers around him was given a dosimeter, a device used to measure one’s exposure to radiation. He was surprised that workers were not given special shoes; rather, they were told to put plastic bags over their street shoes. When he was trying on the gas mask for the first time, he said, the supervisor told him and other subcontractors, “Listen carefully, I’m only going to say this one time,” while explaining how to use it.

When Hishida finished his work shift, an official scanned his whole body for radiation. He came up clean, except for the very tip of his beard. He was sent into a shower where he lathered up and scrubbed his beard. He was tested again and passed.

A few days later, still worried about the extent of his radiation exposure, he trimmed his beard.

harlanc@washpost.com

vastagb@washpost.com

Marta Bellini...

domingo, 27 de março de 2011

Porrada!


Uma colega de trabalho enviou-me este texto. Compartilho-o.
A Maldição do Professor Conta a lenda que, quando Deus liberou o conhecimento sobre como ensinar os homens , determinou que aquele "saber" ficaria restrito a um grupo muito selecionado de sábios. Mas, neste pequeno grupo, onde todos se achavam "semi-deuses", alguém traiu as determinações divinas... Aí aconteceu o pior!!!!!!.. ....... Deus, bravo com a traição, resolveu fazer valer alguns mandamentos:

1º - Não terás vida pessoal, familiar ou sentimental.

2º - Não verás teu filho crescer.

3º - Não terás feriado, fins de semana ou qualquer outro tipo de folga.

4º - Terás gastrite, se tiveres sorte. Se for como os demais terás úlcera.

5º - A pressa será teu único amigo e as suas refeições principais serão os lanches, as pizzas e o china in box.

6º - Teus cabelos ficarão brancos antes do tempo, isso se te sobrarem cabelos.

7º - Tua sanidade mental será posta em cheque antes que completes 5 anos de trabalho;

8º - Dormir será considerado período de folga, logo, não dormirás.

9º - Trabalho será teu assunto preferido, talvez o único.

10º - As pessoas serão divididas em 2 tipos: as que ensinam e as que não entendem. E verás graça nisso.

11º - A máquina de café será a tua melhor colega de trabalho, porém, a cafeína não te fará mais efeito.

12º - Happy Hours serão excelentes oportunidades de ter algum tipo de contato com outras pessoas loucas como você.

13º - Terás sonhos, com cronograma, planejamento, provas, fichas de alunos, provas substitutivas e não raro, resolverás problemas de trabalho neste período de sono.

14º - Exibirás olheiras como troféu de guerra.

15º - E, o pior........ inexplicavelmente gostarás de tudo isso...

16º Serás chamado de PROFESSOR


Deixo mais uns mandamentos:


17 - Votarás em diretor ou reitor que lhe perseguirá.


18 - Não será ouvida pelos chefes. Desligarão o telefone na sua cara. Se for à sala de seu chefe, a secretária dele virará muro.

19 - Reclamarão de suas observações administrativas. Fecharão os olhos. Os ouvidos e a boca (a tua também).


20 - Se for professora, seus chefes homens chamarão-lhe de ATRIZ . É o machismo no seu pé. Na sua vida.



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E finalizando, fica a oração: ORAÇÃO DO PROFESSOR Planejamento que estais no computador Carregado seja o Vosso Programa Venha a nós o vosso ensinamento Seja gerada a ficha de lançamento Assim no Diário como no email A contrapartida nossa de cada dia nos dai hoje, Perdoai os nossos deslizes Assim como nós perdoamos quando há deslizes Não nos deixeis cair em Auditoria E livrai-nos da Fiscalização da direção Amém.